Anche Ocasio-Cortez, erede di Bernie Sanders, esplicita una svolta ormai condivisa da buona parte del mondo progressista

NEW YORK – Contrordine, compagni: «Woke 1 era una follia». E se a dirlo è la deputata dem di New York Alexandria Ocasio-Cortez, vuol dire che il mondo progressista americano è davvero cambiato. Aoc è stata a lungo la leader di quella che alla Camera chiamavano The Squad, il gruppo di deputate note per la loro posizioni intransigenti di sinistra. Nel tempo, la paladina del Green New Deal, poi distrutto dalle azioni di Donald Trump è però diventata l’erede politica di quel Bernie Sanders che dal woke si è sempre tenuto distante, sottolineando l’importanza dell’economia. Il vecchio senatore socialista l’ha trasformata in leader nazionale, affrontando con lei la serie di comizi “Fighting Oligarchy Tour”, e oggi è la potenziale candidata della sinistra del partito alle presidenziali del 2028. Ecco perché, la settimana scorsa, durante il programma The Week su Abc, Ocasio si è svincolata con una risata dalle domande scomode del giornalista Jonathan Karl sulle proposte più estreme di Francesca Hong - la candidata alla carica di governatore del Wisconsin sconfitta alle primarie anche per le affermazioni sulla necessità di cancellare il Thanksgiving «festa colonialista che offende i nativi» e pure su certe sue affermazioni come la necessità sbandierata nel 2020 di «definanziare la polizia». Acqua passata: «Bisogna valutare ciò che i candidati dicono ora» ha risposto, prendendo in prestito dal consigliere comunale newyorchese Chi Ossé proprio l’affermazione sul woke come pazzia: «Durante il Covid, fra lockdown e tassi di disoccupazione alti eravamo aperti a qualsiasi politica ci traghettasse in una situazione migliore. La retorica di allora non è la stessa di oggi».

La riscossa dei socialisti che sognano l’America riformata all’europea

Entrata nell’uso comune dopo l’assassinio dell’afroamericano George Floyd, quando l’idea di tagliare i fondi alla polizia nacque dalla richiesta di spostare più risorse sui servizi sociali, “woke” - dall’inglese “awake”, sveglio - è stata una parola molto in voga nel suo significato di risveglio in senso progressista: tesa ad evidenziare come torti commessi da alcuni gruppi in passato avessero ancora ripercussioni sul presente. In poco tempo però si è trasformata in dogma: insieme alle altre idee derivate: come abbattere le statue degli oppressori del passato, che diede il via al concetto di “Cancel Culture” ampiamente cavalcato dalla destra. Generando, per quella tendenza manichea tutta americana, nuove forme di intolleranza. «Istanze sacrosante di giustizia sociale trasformate in pretese eccessive e irreali», le ha bollate, parlandone al Venerdì di Repubblica, Thomas Chatterton Williams, l’intellettuale americano che più ha affrontato la questione nel suo “L’età del malcontento”. Quegli eccessi hanno fatto la fortuna di Trump, che nel 2024 la usò negli spot elettorali: «Kamala Harris lavora per loro», ripeteva riferendosi alla comunità transgender, «io lavoro per voi».

America, come sei finita così?

Negli ultimi due anni l’impopolarità del dogmatismo woke, lo ha fatto scomparire dal vocabolario progressista: i nuovi dem sono sempre più vicini alle posizioni di Bernie Sanders, concentrato sulle diseguaglianze economiche. Il passato, semplicemente scrollato di dosso per focalizzarsi sul presente e su politiche tese a migliorare la vita delle persone. Funziona: il sindaco di New York Zohran Mamdani ha rinnegato il suo sostegno al definanziamento della polizia: «Sono cambiato». Abdul El-Sayed, oggi vincitore delle primarie dem per il Senato in Michigan, parla solo di economia e Israele. «Gli ideali di diversità, equità, giustizia sono ancora importanti per gli elettori democratici», dice David Axelrod, ex stratega di Obama, parlandone a Vox: «Ma è mutato ciò che i candidati promuovono. Temi che con Trump, sono diventati cruciali: inflazione provocata dalla guerra su tutto. Gli elettori sono disposti a credere all’evoluzione dei dem: perché l’hanno vissuta anche loro».